domenica 10 febbraio 2008

Villa, Il positivismo giuridico: metodi, teorie e giudizi di valore

Questo blos si è aggioranato e si è trasferito su

http://www.francescapoggi.com

4 commenti:

gitz ha detto...

Scrivi: "Secondo Villa il nocciolo comune a tutte le concezioni della
filosofia analitica consiste nell'assunzione secondo cui "fa parte
dell'essenza del pensiero essere comunicabile senza residui attraverso
il linguaggio", il linguaggio è "il veicolo necessario del pensiero" (p.
111).
Questa certamente è un'assunzione condivisa da tutti gli analitici, ma
mi chiedo se non sia un'assunzione troppo debole"

Premesso che non so se questa tesi sia condivisa da tutti gli analitici,
a me sembra che invece sia una tesi molto forte, forse persino troppo
forte, poco credibile. Ma davvero tutto ciò che pensiamo è comunicabile
"senza residui" nel linguaggio? ma chi ha detto questa cosa? è molto
radicale! Austin diceva che analizzare il linguaggio può essere un modo
per chiarire il pensiero, ma non che tutto ciò che si pensa sia
comunicabile lignuisticamente. Mi sembra contrario a dati di esperienza
comune - che ci siano pensieri inesprimibili, di cui a mala pena siamo
pienamente consapevoli, che albergano nell'inconscio o nel
preconoscio... che ci siano pensieri per i quali una razionalizzazione
linguistica, una loro traduzione linguistica conforme a grammatica che
li renda intersoggettivamente condivisibili, implicherebbe la loro
distruzione... non so. E comunque, è davvero (in punto di fatto) una
tesi condivisa da tutti i filosofi analitici? a me sembra
un'affermazione metafisica senza se e senza ma, senza la minima
possibilità di una verifica empirica, che, anche solo per prudenza
epistemologica, molti analitici avrebbero difficoltà a formualare in
questi termini - come facciamo ad escludere che vi siano pensieri
intraducibili "senza residui" nel linguaggio? En passant, questo
vorrebbe dire che gli animali privi di un linguaggio, non pensano né
sognano - perché il sogno è un tipo di pensiero - mentre sembra
verosimile che i cani, ad esempio, pur avendo un linguaggio molto
rudimentale, facciano sogni in cui accadono situazioni relativamente
complesse, simili ai nostri - e così, se il cane si sveglia abbaiando
spaventato, diremmo forse che il cane ha espresso "senza residui" tutto
il suo pensiero onirico?

Francesca.Poggi ha detto...

Mi pare che la tesi di Villa equivalga al principio di esprimibilità di Quine - di cui si trova una formulazione simile, anche se non identica, in Searle.
Le tue osservazioni sono certamente sensate, tutto sta a vedere cosa s'intenda per 'pensiero'. Per come la vedo io, le emozioni non sono pensiero, i sogni non sono pensiero, l'in(pre)conscio non è (per definizione) pensiero. Inoltre, la tesi in questione si applica solo alla generalità degli esseri umani: ammesso che gli animali pensino e che non possano esprimere i loro pensieri mediante il loro linguaggio, ciò non inficerebbe la tesi in questione.
Non pensi che, assunte queste specificazioni, si tratti di una tesi (forse metafisica ma comunque) debole?
Non sono però certa che Villa condivida queste mie limitazioni

villa ha detto...

Rispondo, da autore del volume, alle tre questioni poste da Francesca.
Per quanto riguarda la prima,la definizione di giuspositivismo, parlando della separabilità fra diritto e morale non intendevo pronunciarmi sulla questione dell'"incorporazione" o meno della morale nel diritto, questione che riguarda le "concezioni" e non già il "concetto" di giuspositivismo, ma intendevo sottolineare soltanto che per me una posizione giuspositivista in senso pieno è una posizione anti-oggettivistica e anti-assolutistica sul piano metaetico. La morale è contingente come il diritto, quindi non può esservi alcun contenuto etico oggettivo, ad esempio una idea oggettiva di giustizia, a fondamento del diritto positivo. Tutto ciò prescinde dalla tesi se la morale penetri o meno all'interno del diritto.
Per quanto riguarda la seconda, la definizione di filosofia analitica, d'accordo con Francesca: tutto dipende da che cosa intendiamo per "pensiero". Se circoscriviamo di molto la nozione rendendola equivalente a "discorso razionale", allora la tesi diventa plausibile, e non è nemmeno troppo debole.Si tratta della giustificazinoe filosofica della scelta metodologica di praticare l'analisi linguistica come metodo privilegiato per la filosofia.Sia chiaro, questa definizione non l'ho inventata io: riprendo liberamente alcune tesi di Michael Dummett, secondo cui questa tesi rappresenta uno sviluppo ulteriore della "svolta cartesiana" in filosofia, all'interno della quale era l'analisi del pensiero il compito fondamentale della filosofia.
Per quanto riguarda la terza questione, ci sto per adesso lavorando, al fine di scrivere un libretto di "teoria dell'interpretazione".Sto lavoroando, appunto, sulle recenti tendenze "contestualsitiche" in semantica. Per adesso mi limito a dire che l'affermazione wittgensteiniana che "il significato è l'uso" è stata oggetto di infinite discussioni e di molte interpretazioni diverse.Accettare questa affermazione, a mio avviso, non vuol dire di per sé negare la priorità di un significato convenzionale, ma semmai sostenere che gli elementi legati al contesto d'uso sono comunque necessari per l'attribuzione di un qualunque significato, perché ne governano il processo di specificazione semantica di cui ogni processo di attribuzione ha bisogno.

Anonimo ha detto...

sinceramente non trovo utilità concreta per questi ragionamenti